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La comunicazione in sanità: una sfida che richiede strumenti e strategie profondamente rinnovati

Lunedì, 19 Febbraio 2018

Di  Alessandro Conte

 Guardando indietro, anche solo di una decina d’anni, lo scenario comunicativo sembra molto distante da quello attuale, ma già nei primi anni 2000 si intravedevano con sufficiente chiarezza alcuni degli elementi che oggi rappresentano passaggi obbligati per chi vuole efficacemente inviare un messaggio, sia esso di natura istituzionale, di denuncia o sensibilizzazione in ambito sanitario e non solo.

Se da un lato, e non è ovviamente una novità, è cambiato il rapporto tra medico e paziente, con la fine del cosiddetto paternalismo medico, per una latente sfiducia nei confronti di alcune categorie, che ha imposto una sostanziale revisione
delle strategie di comunicazione, in particolare nei toni e nella costruzione dei messaggi, dall’altro la penetrazione massiva dei social network nel nostro quotidiano ha reso evidente la necessità di una comunicazione accattivante ed immediata, in grado di competere con l’incredibile quantità di contenuti prodotti e
visualizzati quotidianamente sul web.
Dagli anni ‘80 nella comunicazione sanitaria, la crescente consapevolezza da parte del cittadino/paziente del suo ruolo di attore principale e non di comparsa passiva in ogni percorso di salute, ha spostato il baricentro delle campagne mediatiche dal
medico che prescrive, suggerisce, consiglia o dispensa dall’alto del suo piedistallo, ad un paziente che prende in mano la sua salute e le scelte ad essa correlate. Di fatto si è passati dal dire cosa fosse giusto o sbagliato al costruire contenuti che rendano sempre più autonomi e motivati gli approcci di ciascuno.

Certo un cambiamento da poco, che se vogliamo ha trasformato l’informazione,
attività nobilissima, ma con un’accezione unidirezionale in vera comunicazione, coerente con lo stesso significato etimologico della parola, ovvero mettere in comune, condividere, in questo caso gli strumenti utili al singolo ad interpretare
proattivamente le proprie scelte in sinergia con gli esperti.


Nella stessa finestra temporale, con una vertiginosa impennata nell’ultimo decennio, si è assistito sul web alla scomparsa della parola scritta come strumento comunicativo, schiacciata prima dall’immagine, quindi, dai video. Un cambiamento che abbiamo avuto modo di studiare nei grandi brand commerciali, che, come spesso accade, hanno segnato la via. La comunicazione verbale si è contratta, quasi involuta, in abbreviazioni ed acronimi, oltre che tramutata in un costrutto ibrido in cui ancora l’immagine, quella delle varie emoticon, permette il tanto agognato risparmio del tempo, anche quando si tratta di trasmettere emozioni o sensazioni. Probabilmente un abitante dell’antico Egitto troverebbe la cosa alquanto curiosa.
Il predominio dell’immagine e del video è stato fortemente sostenuto dai vari social network che, di volta in volta, aggiornando i cosiddetti edge ranking, gli algoritmi di visibilità, che decidono cosa abbia le carte in regola per essere più visibile di altri contenuti, li hanno premiati sempre più, obbligando di fatto quanti volessero inviare un messaggio, a farlo con certe modalità.
Stiamo quindi vivendo una vera e propria video revolution:
basti pensare che secondo le più recenti previsioni, già nel 2019 circa la metà dei dati circolanti sul web sarà imputabile a contenuti video, per un tempo di visualizzazione medio per utente, probabilmente non sempre consapevole, di 7.5 ore al giorno. È facile intuire come in questo scenario di crescente saturazione
sensoriale, elevarsi dal costante rumore di fondo imponga un grande, e tutt’altro che facile, lavoro di design del messaggio, tarato sul mezzo e sul destinatario oltre che sul contesto.

La comunicazione in ambito sanitario, ovviamente, non fa eccezione e gli ultimi anni sono stati attraversati da un notevole fermento e rinnovamento, con grandi successi ed alcuni grossolani incidenti di percorso, che hanno compromesso in maniera irrimediabile il modo in cui certe campagne sono state percepite.
Indubbiamente parlare di salute o, purtroppo, di malattia, ha implicazioni etiche e morali che precludono alcune scelte, magari d’effetto, ma potenzialmente indigeste, aggiungendo una nota di complessità che certo non appartiene al mondo di chi deve semplicemente far comprare una bibita o una macchina e
può scegliere di “sorprendere con effetti speciali”. In sanità ci vuole grande attenzione a non toccare la corda sbagliata, a non trasformare la realtà in un fumetto distopico allontanando l’audience da un messaggio pur corretto.
Come se non bastassero questi elementi di difficoltà, non si può dimenticare che ogni messaggio in ambito sanitario deve poggiare su solide basi scientifiche,  rasparenti ed accessibili a qualsiasi lettore.


Questo è un elemento ineliminabile per la buona comunicazione in sanità, esattamente come deve accadere nella vita lavorativa di ogni giorno di ogni medico: ad ogni messaggio deve corrispondere un’evidenza resa fruibile per il paziente, ma altrettanto facilmente reperibile per quanti volessero verificarla
o approfondirla.
I pezzi di questo puzzle non sono affatto pochi e lo sforzo richiesto al mondo medico per adeguarsi a questi enormi cambiamenti non è certo stato esiguo, ma, finalmente, sempre più colleghi comprendono l’utilità di interfacciarsi con professionisti del settore per diffondere messaggi di pubblica utilità, perché siano penetranti e competitivi in un contesto in cui l’attenzione dell’uditore è frammentata da una miriade di stimoli sovrapposti.
Da queste premesse nasce ad esempio la positiva e vincente
esperienza dell’Ordine dei Medici ed Odontoiatri di Bari che negli ultimi anni ha, con il supporto dell’agenzia di comunicazione “Kibrit& Calce”, inanellato una serie di successi su temi caldissimi come il definanziamento del sistema sanitario e la
violenza sui medici.
Queste campagne sintetizzano in maniera intelligente ed efficace tutti i paradigmi sin qui esposti e pur colpendo, forse addirittura, graffiando, per ottenere l’attenzione, non passano mai il limite; anzi, dopo la sensazione di sorpresa iniziale, sono immediatamente capaci di evocare una profonda empatia.
Penso ad esempio alla campagna “Io ho un tumore”, in cui una donna o un uomo privi di capelli, per gli intuibili effetti della chemioterapia, invadono la nostra vista; ebbene nella violenza di quell’immagine ci sono anche delicatezza e forza, una forza che non può mai mancare quando si sta raccontando la verità e si sta sensibilizzando sul grave problema delle risorse economiche disponibili, sempre più erose, per l’accessibilità e l’equità delle cure.
È però nell’incalzante alternarsi di testimonianze di medici e pazienti della campagna “Medici e pazienti: due facce dello stesso disagio” che si trova il più riuscito esempio di moderna comunicazione in ambito sanitario. Un video, innanzitutto, ovvero il prodotto più capace di catturare l’attenzione e di replicarsi, come un virus (il termine virale non è casuale) attraverso le condivisioni di chi l’ha visto, efficace e breve, altro elemento prezioso. Il linguaggio è immediato, forzature non ne servono visto che il tutto è improntato ad un crudo narrato del vissuto, della quotidianità di un sistema sanitario agonizzante.
Vincente infine la scelta, coerente con il riconoscere la dignità di protagonista della propria salute al cittadino, di sviluppare laclip in perfetto equilibrio narrativo tra medici e pazienti, che parlano alla pari, riassumendo perfettamente le “due facce dello stesso disagio”.
Una campagna che ha avuto importanti riscontri in termini di visualizzazioni ed engagement sui social network e che rappresenta una pietra miliare per la comunicazione istituzionale suisocial, qualcosa a cui ispirarsi per far bene in futuro.
Il paternalismo, come ribadito più volte, è finito.

L’atto medico non è più la concessione di un semidio che elargisce con generosità, ma il momento culminante di un’alleanza, di una sinergia fatta di rispetto, fiducia e collaborazione reciproca.
È tempo quindi di comprendere, una volta per tutte, che,
pur nel pieno riconoscimento della competenza del medico
e dell’unicità della sua arte, anche in ambito comunicativo il
paternalismo deve lasciare spazio ad uno scambio di informazioni
tra due coprotagonisti. La buona comunicazione non è
solo la chiave di volta per rilanciare il traballante rapporto
medico-paziente, ma un vero e proprio investimento capace
di dare frutti molto positivi: dalla maggiore autonomia e compliance
nell’autogestione malato cronico, a un minor numero
di riammissioni ospedaliere, alla ridotta conflittualità medico
legale, per arrivare, infine, a una minore suscettibilità degli operatori al burn-out.
La comunicazione richiede tempo, è vero, ma è in grado di
restituirne altrettanto, una volta create solide basi condivise.
Gli stessi principi, sin qui descritti, valgono per la comunicazione
di massa, quella che avviene fuori dalle mura dell’ambulatorio,
capace però di predisporre un terreno altrettanto solido e favorevole ad interazioni migliori tra medici e pazienti: semplicità, immediatezza e rigorosa scientificità, qualora i contenuti la richiedano, come ingredienti non più di un messaggio
verticale, che discende dal mondo medico verso il basso,
ma orizzontale, tra pari portatori di un interesse condiviso: la salute.
Queste sono le sfide per la comunicazione di oggi e di domani.
Sfide complesse, visto che i medici, nella maggior parte dei casi, non nascono con il dono della parola, né l’esperienza, come erroneamente saremmo portati a pensare, sopperisce col tempo a questa carenza. Con la speranza che certi temi
possano in un futuro non troppo lontano entrare, visto il positivo impatto in molteplici ambiti, nell’agenda di chi decide su come formare i medici di domani, la scelta per il momento è quella di condividere percorsi e progettualità con gli esperti del settore, sia per quanto riguarda la comunicazione interpersonale
che quella multimediale.
Collaborare, però, non significa delegare o imporre, bensì ricevere input in ciò in cui siamo carenti apportando al tempo stesso tutto il contributo del nostro vissuto esperienziale oltre che le competenze scientifiche. Campagne create in un
contesto di questo tipo non possono che intercettare pienamente
le attese dei committenti, ma, soprattutto, colpire l’audience,
svolgendo efficacemente il compito per cui sono state sviluppate, ovvero portare un messaggio che si faccia strada tra l’enorme quantità di altre informazioni da cui siamo bombardati e non venga dimenticato pochi istanti più tardi.
L’approccio multidisciplinare alla comunicazione, che sposi fruibilità ed efficacia del messaggio a un impianto scientifico solido e tracciabile, diventa ancor più pregnante se guardiamo al complesso scenario delle fake news.
Oramai da alcuni anni, infatti, il web è invaso dalle più disparate notizie, anche in ambito scientifico, che pur prive di qualsiasi veridicità ed affidabilità, riescono a penetrare profondamente tra l’utenza media.
Nella maggior parte dei casi il movente è economico, molti dei siti che pubblicano notizie false e prive di fondamento, infatti, puntano agli introiti generati dalle sponsorizzazioni tematiche o dai click, (è il fenomeno del cosiddetto click-baiting).
Questi interessi hanno, di fatto, plasmato un nuovo stile comunicativo,
che punta tutto su un approccio non pienamente consapevole
e ancor meno critico ed autonomo alle risorse digitali.
Il titolo e la spalla vengono sviluppati ad hoc per attirare e, spesso, per indignare. Non importa poi che la notizia in sé sia inventata o, nella migliore delle ipotesi, si discosti da quanto millantato dal titolo: la macchia d’olio continuerà inevitabilmente ad estendersi. Senza scomodare temi controversi, basti
pensare alla quantità di denaro generata per chi ha pubblicato suFacebook una breve clip che dimostra gli infiniti vantaggi (antinfiammatori, antidolorifici, antistress, antiaggreganti) ottenibili mettendo una cipolla dentro il calzino ogni notte prima di coricarsi, clip visualizzata oltre 89 milioni di volte al momento
della scrittura di questo testo.


Questo fenomeno, come detto, interessa molti temi, ma rimane attualissima la produzione in ambito scientifico, o meglio pseudoscientifico: impossibile non citare i vaccini, tema rovente di questi mesi, o le diete più disparate, i trattamenti alternativi oncologici insieme a molti altri argomenti che rimbalzano
quotidianamente di tweetin tweet e da un post all’altro.
Il meccanismo, a ragione, sembra fuori controllo, ma una nota di speranza ci arriva dai giornali: pochi giorni fa, infatti, ad uno dei siti di fake news tra i più attivi, Google ha revocato la monetizzazione AdSense, un sistema che genera introiti per ogni visita della pagina ed ulteriori crediti per eventuali click
suibanner degli sponsor. Decisamente una buona notizia.
In Italia, tocca ammetterlo, il problema è probabilmente più grave che altrove. I dati dell’Eurobarometer ci indicano che 1 italiano su 2 ha un livello di alfabetizzazione sanitaria, altrimenti detta HealthLiteracy, problematica. Metà della popolazione quindi non dimostra di avere le capacità per affrontare
una ricerca su temi di salute sul web e soprattutto per destreggiarsi
tra i risultati della ricerca stessa, distinguendo fonti attendibili con contenuti inappuntabili, da siti meno nobili, animati dalle motivazioni sopradescritte.
Siamo al quart’ultimo posto in Europa e recenti pubblicazioni ci aiutano a comprendere la reale portata di questi dati.
I pazienti con un livello di alfabetizzazione congruo abusano meno di farmaci e pronto soccorsi, aderiscono con maggiore consapevolezza e sicurezza ai protocolli terapeutici prescritti, vengono ricoverati meno di frequente e sono meno soggetti a
nuovi ricoveri entro 30 giorni dalla precedente dimmissione.
Come se non bastasse, chi ha sviluppato le capacità di analizzare in maniera proficua le informazioni trovate sul web, ha anche un rapporto più sereno e soddisfacente con il proprio medico curante.
In definitiva si può dire che la HealthLiteracy ha ricadute molteplici sulla sicurezza dei pazienti, sulla qualità di vita dei cittadini, sulla qualità del lavoro degli operatori e sulla spesa sanitaria, rappresentando un vero e proprio problema di salute
pubblica. Se analizziamo inoltre l’affaire vaccini, con il crollo
delle coperture sotto le soglie ottimali negli ultimi anni, comprendiamo come in un Paese con un’alfabetizzazione sanitaria così problematica, il proliferare sui nuovi media di certe teorie possa poi, di fatto, tradursi in vere e proprie emergenze sanitarie.
Le previsioni per il futuro, tratteggiate in un recentissimo articolo pubblicato sul “The Economist”, sono inquietanti: le nuove tecnologie permetteranno la creazione di audio digitali che riprendono dialoghi mai avvenuti, la produzione di immagini
artefatte sempre meno distinguibili dal vero; anche i contenuti video, così importanti, come già detto, non saranno al sicuro.
Quali sono, quindi, gli approcci al problema? Come contrastare il proliferare incontrollato di notizie che, paventando cure miracolose o accusando quelle validate scientificamente di danni mai sostenuti da evidenze, potenzialmente arrivano a minare la salute della popolazione?
Molti gli approcci ipotizzati e provati sinora. Chi ha teorizzato meccanismi di censura e rimozione di certi contenuti ha immediatamente messo in allarme i difensori della libertà di pensiero, parola, stampa. Chi ha deciso di sviluppare plug-in per social network e browser in grado di generare messaggi di allerta
quando si apre un contenuto non affidabile, non ha fatto i conti con il livello medio, tutt’altro che elevato, delle competenze informatiche, che ne ha limitato potentemente la diffusione.
C’è infine il debunking. Attività nobile, che prende il nome dal verbo inglese “to debunk” (smontare) e che traduce egregiamente l’azione di alcuni esponenti del mondo scientifico che per amor di verità impiegano il loro tempo ad analizzare e sbugiardare con rigore ogni tassello delle notizie false circolanti in rete. Attività nobile, ma inefficace e non in grado di modificare le sorti di questa battaglia dell’informazione, come suggerito da alcuni (tra cui Walter Quattrociocchi che, insieme al suo gruppo di ricerca, ha pubblicato “Debunking in a world of tribes”).
Il “Washington Post” dopo un periodo di prova ha scelto di chiudere la sua rubrica “Whatwasfake”, semplicemente perché le persone più esposte a credere a una notizia falsa circolante su Internet, ignoravano l’esistenza di quella rubrica.
Di fatto, questa è la chiave di lettura: chi sostiene che le scie chimiche siano reali strumenti di controllo del clima (o delle menti!) ha ridottissime possibilità di visualizzare i contenuti proposti dai siti specializzati in debunking che trattano di scie chimiche, anche se condivisi sui social network.

Qualora il seguace di una determinata teoria entri effettivamente in contatto
con i suddetti contenuti, è più probabile che rimanga sulle sue posizioni o che, addirittura, rafforzi il suo credo.
In effetti i già citati algoritmi di Facebook contribuiscono significativamente a creare la cosiddetta echochamber(camera dell’eco), una sorta di bolla comunicativa in cui rileggiamo in loop le cose che già pensiamo, visto che le piattaforme stesse tenderanno a riproporci scientificamente e sistematicamente contenuti affini a quello che abbiamo già dimostrato di apprezzare.
Una volta messo il primo “mi piace” ad un post che parla dell’ultima prova a sostegno della correlazione tra autismo e vaccini (a scanso di equivoci, vale la pena di sottolineare che chi scrive, sulla scorta delle evidenze scientifiche disponibili, considera questa correlazione inesistente), compariranno subito
contenuti simili, o peggio contenuti apprezzati da chi ha messo
il suo “mi piace” alla medesima notizia.

In un affascinante esperimento di “sociologia 2.0” pubblicato sulla rivista “Wired”
qualche anno fa, MatHanon aveva per 48 ore sistematicamente dato il suo “mi piace” a contenuti, presenti sul suo news feed, a sfondo razzista: al termine dei 2 giorni la sua pagina era invasa da soli post razzisti, xenofobi ed ultraconservatori. Questa è la logica del “Daily Me” teorizzata da Cass Sunstein, anche se il termine è stato brillantemente coniato da Nicholas Negroponte del MIT, che vede ciascuno di noi impegnato, quotidianamente, a sfogliare il “proprio” giornale, in cui oltre ad “articoli” costruiti su cose che già pensiamo o reputiamo vere o giuste, non vi è nessuno spazio per aperture ad altri punti di vista o posizioni.
Quale prefazione migliore per ciò a cui assistiamo oggi: la
polarizzazione, termine che descrive egregiamente quanto sta
accadendo per i vaccini, ma si può tranquillamente estendere a
tutte le altre credenze aberranti in materia di salute, descrive il
contrapporsi di due eserciti che non comunicano realmente, né
si fronteggiano efficacemente, troppo assordati dall’eco di ciò
che ritengono vero e pertanto vogliono sentire.


La polarizzazione, prodotto perfetto della distopia comunicativa
fatta di edge ranking e spersonalizzazione, sembra quindi
l’epitaffio sulla questione debunking: inutile spiegare come stiano
davvero le cose, quale sia l’evidenza scientifica dietro a una
certa questione, se il destinatario del messaggio non è disposto
ad ascoltare, ma così non è a giudizio di molti addetti ai lavori.
Tra quei due rumorosi eserciti, infatti rimane una popolosa
terra di nessuno, di dubbiosi, di utenti saltuari del web, di
persone naturalmente esitanti, di “finché non vedo non credo”,
che fortunatamente rimangono ancora suscettibili a un’informazione
scientifica valida e veritiera. In questa terra di mezzo
funzionano ancora i toni pacati e le dimostrazioni argomentate.
A queste persone va dedicato lo sforzo massimo, che sostanzialmente riprende moltissimo di quanto trattato diverse righe fa:contenuti granitici dal punto di vista scientifico, con fonti accessibili, in una forma accattivante, che usi immagini, infografiche e video.


Accanto a questo sforzo nell’immediato, non si può però
prescindere da un investimento formativo di lungo periodo.
L’unica cura efficace contro la carente alfabetizzazione sanitaria
si trova tra i banchi di scuola, dando alle prossime generazioni
gli strumenti per essere parte attiva in qualsiasi processo interessi
la loro salute, sia una banale ricerca sul web, sia l’accettazione
di una cura impegnativa, sia il superamento di comprensibili
timori riguardanti le vaccinazioni dei propri figli.
È imperativo restituire fiducia, non genericamente nella classe
medica, ma nel metodo scientifico e nei suoi assunti, in primis
conoscendo questi ultimi, quindi affinando le capacità per distinguere
un aneddoto da una regola, un’evidenza scientifica da
una leggenda metropolitana. Non si devono certo creare schiere
di ricercatori ed epidemiologi, ma di cittadini che con maggiore
consapevolezza possano attingere serenamente a quello che ormai
è una risorsa imprescindibile, il web, con la serenità di poter
distinguere il vero dal falso, un grafico di mortalità da uno che
racconta il numero di casi di una malattia, il concetto di probabilità
e quello di correlazione.
Come già discusso, anche in questo percorso, tutt’altro
che breve o scontato, il medico deve farsi carico di un ruolo
di comprimario, intercettando dubbi, insicurezze e paure ed
affrontandoli senza svilirli. I pazienti, infatti, che giungono in
ambulatorio dopo aver fatto le loro ricerche su internet ed essersi
costruiti un’idea, a volte quasi incrollabile, richiedono un
approccio codificato; spesso, inutile negarlo, è frustrante interagire
con queste premesse, ma non si può né si deve cedere
alla tentazione di farlo con superiorità o mal celata impazienza,
ricorrendo magari al cartello “la mia laurea in medicina non vale
la sua ricerca su Google”, che ormai potete comprare anche in forma di tazza o di maglietta, per tutte le professioni in cui ci siaun titolo da ostentare.


La letteratura, infatti, ci dimostra che questi pazienti con un
“vissuto digitale” hanno più bisogno di altri di portare il curante
sul proprio campo di gioco, per condividere l’esperienza fatta
e farsi quindi guidare verso le scelte di salute migliori. Rinunciare
ad assecondare questa richiesta o a contrastare nei giusti
tempi certi dubbi, comporta il rischio di perdere uno spazio di
confronto efficace e positivo con questi pazienti, con la possibilità
di far loro prendere in via definitiva un percorso di allontanamento
da noi e, troppo spesso, dalla scienza.
Per 8 pazienti su 10 ancora oggi il medico è la prima fonte
a cui si attinge in caso di un problema di salute: questo patrimonio
non va in nessun modo dissipato, perché le fake news si combattono più efficacemente tra le quattro mura d’un ambulatorio che davanti ad uno schermo.
Da queste premesse nasce l’iniziativa promossa dalla Federazione
Nazionale degli Ordini dei Medici, che da settembre
metterà online il suo portale dedicato al contrasto delle fake
news. Esso si comporrà di una sezione di più classico debunking,
dedicata al cittadino, che potrà trovare risposte semplici
ed argomentate alle più comuni domande in tema di salute, ed
una sezione dedicata agli operatori con un vero e proprio “kit
di primo soccorso comunicativo” composto da infografiche,
da condividere con il proprio paziente durante la spiegazioni
di determinati argomenti, tutorial per la gestione di interazioni
complesse e brevi clip. Il tutto sarà integrato efficacemente
con le risorse bibliografiche presenti sulla banca dati EBSCO
per ottimizzare anche quest’ultimo importante investimento di
FNOMCEO a favore dell’aggiornamento dei colleghi.
Il gruppo di lavoro è una sintesi perfetta di quella multidisciplinarietà
di cui si è sottolineata l’importanza: esperti di debunking,
medici, giornalisti scientifici, esperti di comunicazione e
di sistemi digitali, con un fine comune: provvedere a un portale che possa diventare un punto di riferimento inattaccabile per tutti coloro che vogliano verificare la veridicità di un’informazione.
Importante anche che in questo percorso siano attivamente
coinvolti i giornalisti, perché un messaggio nuovo deve
coinvolgere anche la loro categoria, affinché sempre meno si
ricorra al sensazionalismo quando si parla di salute o di sanità.
Da questa esperienza preliminare si spera di poter sviluppare
un corso residenziale da tenere presso gli ordini provinciali e
una FAD sui temi delle strategie comunicative in situazioni sfavorevoli:
un sostanziale contributo all’esigenza di rinnovamento più volte richiamata.
C’è la consapevolezza che concentrare tutti i nostri sforzi e
risorse a contrastare le fake news o bufale, per usare un termine
più nostrano, corrisponderebbe al tentativo di svuotare un lago
usando dei secchielli: molta fatica, un illusorio abbassamento
del livello nei mesi d’estate più secchi ed altrettanta frustrazione
alla successiva stagione delle piogge.
Bene, dunque, che i medici elaborino strategie comunicative
nuove con il supporto degli esperti di settore, bene che le
istituzioni sostengano quanti già impegnati a garantire un’informazione
sanitaria trasparente ed accessibile, ma nell’agenda
politica i lavori della diga vanno cominciati adesso, rilanciando
il senso critico e l’autonomia decisionale degli adulti di domani,
con integrazioni efficaci e credibili ai percorsi formativi.

Dal volume “Comunicare la Sanità – L’esperienza innovativa dell’Ordine dei Medici di Bari

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