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Rischio di suicidio, un’emergenza sottovalutata

Martedì, 06 Novembre 2018

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima circa 880.000 morti per suicidio all’anno nel mondo e, secondo i più recenti dati Istat che si riferiscono agli anni 2011-2013, i suicidi in Italia sono stati 12.877. Solo nel 13% di questi casi, però, era stata diagnosticata nel paziente una malattia mentale.
Durante il convegno ‘Disturbi affettivi e disturbi di personalità. Profili diagnostici e gestione clinico-terapeutica’ organizzato da Neomesia che riunisce a Firenze i maggiori esperti in questo ambito, si discuterà delle modalità di prevenzione del rischio suicidario e della necessità di un approccio multidisciplinare nella presa in carico del paziente.

 

Dai dati dell’ultimo osservatorio Istat si evince infatti che, a fronte di 1.674 casi di suicidio (13%) in pazienti con diagnosi di malattia mentale - depressione maggiore, depressione minore e disturbo bipolare - si registrano 10.430 casi (81%) di suicidio in pazienti in cui non è stata riscontrata diagnosi di disagio mentale. Il dubbio sul quale si interrogano gli esperti riguarda pertanto la necessità di definire se, questi dati, sono frutto di una mancata diagnosi o di una sottostima dei disturbi mentali e delle relative conseguenze.
“Per rispondere a questo allarme e offrire sia ai pazienti affetti da disturbi mentali lievi e gravi, sia ai professionisti che operano in questo settore gli strumenti clinici e terapeutici migliori – afferma Cosimo Argentieri, direttore sanitario di Neomesia e responsabile scientifico del convegno – è fondamentale definire un nuovo approccio diagnostico che possa offrire una presa in carico multidisciplinare del paziente. Il suicidio, oltre ad essere conseguenza degli stati depressivi maggiori, è anche il risultato di una complessa interazione di fattori psicologici, biologici e sociali. Rappresenta uno stato della mente in cui il soggetto perde gli abituali punti di riferimento, si sente angosciato, frustrato, senza aspettative nel futuro. Occorre pertanto una presa in carico multidisciplinare per rispondere alle esigenze clinico-terapeutiche del paziente”.
Durante il convegno verranno illustrate le modalità di gestione nell’attuale panorama epidemiologico e sociale a partire dal dibattito in corso in questi anni sulla necessità di identificare un nuovo approccio diagnostico e terapeutico. In particolare, ci si soffermerà nel raccontare come i tassi di suicidio potrebbero essere ridotti, promuovendo un nuovo paradigma che consenta una connessione efficace ed empatica tra medico e paziente.
Maurizio Pompili, professore di psichiatria, direttore della scuola di specializzazione in psichiatria all’Università La Sapienza di Roma e autore di una lettera aperta pubblicata recentemente su Lancet afferma: “La suicidologia, la scienza dedicata alla prevenzione e allo studio scientifico del suicidio, si occupa di indagare il fenomeno suicidario e gli interventi volti a ridurne il rischio. Nell’ambito di questa valutazione è necessario effettuare domande esplicite. In molte occasioni, infatti, non si chiede nulla sul suicidio e troppo spesso si assume erroneamente che indagare più profondamente sul tema del suicidio nel rapporto con il paziente possa consistere in un maggior rischio per l’individuo. Una prima indagine sui fattori di rischio e sull’intenzione di suicidio, invece, può già condurre a determinare l’entità del rischio come basso, medio, alto”.
Gli esperti individuano delle semplici regole che il medico dovrebbe seguire nel comunicare con gli individui a rischio di suicidio. Oltre a mantenere la calma ed ascoltare empaticamente il paziente, occorre formulare alcune semplici domande dirette, utili alla valutazione del rischio: “Ti senti triste?”, “Senti che nessuno si prende cura di te?”, “Pensi che non valga la pena di vivere?”, “Pensi che vorresti morire?”, “Ti è capito di fare piani per porre fine alla tua vita?”.
Accanto all’approccio medico, anche per il caregiver (genitore, familiare, amico, conoscente) esistono delle raccomandazioni che permettono di instaurare e mantenere un rapporto con la persona affetta da depressione e, in alcuni casi, individuare campanelli d’allarme che possono indicare tendenze suicide. In particolare, durante la comunicazione occorre che il caregiver:
- ascolti attentamente e con calma;
- cerchi di comprendere i sentimenti dell’altro con empatia;
- emetta segnali non verbali di accettazione e rispetto;
- esprima rispetto per le opinioni e i valori della persona in crisi;
- parli onestamente e con semplicità.

Autore

Sperelli

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