Diabete di tipo 1, funzionano le nuove tecnologie per evitare l’ipoglicemia

Mercoledì, 15 Maggio 2019


Nonostante i numerosi progressi nel campo della ricerca biomedica, le cause dell’insorgenza di diabete di tipo 1 rimangono per ora sconosciute e non esistono cure efficaci.
Chi ne soffre dipende da iniezioni giornaliere di insulina, l’ormone secreto dal pancreas indispensabile per il corretto metabolismo degli zuccheri. Se assunto in eccesso, tuttavia, può portare a gravi conseguenze come l’ipoglicemia, ovvero il rapido abbassamento della concentrazione di glucosio nel sangue.

Un articolo pubblicato sulla rivista The Lancet Diabetes&Endocrinology ha messo a confronto l’efficacia e la sicurezza di una tecnologia integrata, comprendente il monitoraggio continuo del glucosio e la microinfusione automatica di insulina, in individui a elevato rischio di ipoglicemia. Lo studio, finanziato da Medtronic, è stato coordinato dal professor Emanuele Bosi, primario di Diabetologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, e ha visto la collaborazione di 16 centri internazionali.

Così come la benzina lo è per l’automobile, il glucosio è un nutriente essenziale per far funzionare il nostro organismo. Nei soggetti sani la glicemia, ovvero la concentrazione di glucosio nel sangue, è mantenuta relativamente costante dall’intervento di sofisticati meccanismi compensatori, come l’insulina, che si attivano quando il livello di zuccheri nel sangue è troppo alto. Nel diabete di tipo 1, però, le cellule del pancreas deputate alla produzione di questo ormone vengono aggredite e distrutte dal sistema immunitario del paziente stesso: per questo motivo, chi ne soffre è costretto a iniezioni giornaliere di insulina. Gli effetti benefici della terapia insulinica sono accompagnati, in alcuni casi, da gravi conseguenze come l’ipoglicemia, che colpisce circa un terzo delle persone affette da diabete di tipo 1. Quando il livello di glucosio nel sangue si abbassa troppo, infatti, le cellule, i tessuti e gli organi non ricevono il carburante necessario a svolgere al meglio tutte le loro funzioni.
Grazie all’integrazione tra medicina, ricerca biomedica e tecnologia, nel corso degli anni sono stati sviluppati sistemi tecnologici sempre più efficaci per evitare complicanze acute come l’ipoglicemia, migliorando così la vita dei pazienti. In particolare, si utilizzano oggi sistemi di monitoraggio continuo del glucosio (CGM) e microinfusori dotati di una funzione in grado di determinare l’interruzione automatica dell’insulina in prossimità di una presunta ipoglicemia. Il microinfusore, associato a CGM, permette infatti di ricevere un apporto di insulina preciso e costante nel tempo, emulando la funzionalità del pancreas.
Nonostante gli eventi ipoglicemici siano ancora molto diffusi, pochi sono gli studi che hanno esaminato gli effetti delle nuove tecnologie sul trattamento di diabete di tipo 1. A oggi, la ricerca coordinata dal San Raffaele rappresenta uno dei trial randomizzati e controllati più ampi – sia per numero di soggetti sia per durata – condotti in questo campo. Sono stati reclutati 153 pazienti diabetici ad elevato rischio di ipoglicemia, tra i 24 e i 75 anni, e divisi in due gruppi: un gruppo sperimentale trattato con l’intero sistema integrato descritto precedentemente, e un secondo gruppo di controllo che, in seguito all’iniezione automatica di insulina, doveva auto-monitorarsi il livello di glucosio nel sangue e interrompere manualmente l’infusione di insulina se necessario. Lo studio ha mostrato che dopo 6 mesi dall’utilizzo, il gruppo sperimentale è andato incontro a un numero significativamente minore di eventi ipoglicemici.
“Ora abbiamo prove convincenti che la tecnologia più avanzata sia in grado di ridurre l’esposizione all’ipoglicemia, gestendo in maniera controllata e automatizzata il livello di glucosio nel sangue”, commenta Emanuele Bosi. “Questo lavoro indica come la ricerca del nostro Istituto sia in grado di spaziare dagli aspetti biologici del diabete alle modalità di trattamento del paziente in ambito clinico, rappresentando un vero centro di ricerca traslazionale”, conclude Lorenzo Piemonti, direttore del Diabetes Research Institute dell’IRCCS Ospedale San Raffaele.

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Autore

Sperelli

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