Un test per capire se i soggetti con carica virale bassa sono contagiosi

Venerdì, 26 Giugno 2020

Persone asintomatiche o paucisintomatiche e costrette all’isolamento, ma nella maggior parte dei casi non contagiose. È quanto avviene nelle ultime settimane soprattutto in Lombardia, la regione più colpita dall’emergenza del nuovo coronavirus.

 

Secondo Francesco Milazzo, ex primario di Malattie infettive al Sacco di Milano, ci sarebbe un modo per distinguere fra i vari casi di positività, risparmiando alle persone soltanto debolmente positive il disagio della quarantena fino al doppio tampone negativo. La soluzione sarebbe un esame di laboratorio supplementare basato sulla messa in coltura di cellule epiteliali provenienti da bronchi umani del materiale ricavato dal tampone di un sospetto positivo.
«Se le tracce di RNA da Covid-19 sono espressione di un virus ancora vivo e vitale nell’arco di 2-3 giorni assisteremo alla morte delle cellule al cui interno il virus si è replicato. Se invece a quella debole positività al tampone non corrisponde un virus vivo e vitale, la nostra cultura cellulare si manterrà sana e vitale».
Ciò che hanno fatto in forma sperimentale al Policlinico di Pavia e in altri centri mondiali.
«La specificità della coltura su cellule è al 100%, nel senso che non possono esserci “falsi positivi” cioè casi con crescita in vitro di un virus che non fosse vivo», spiega Milazzo, che aggiunge: «Potrebbe invece esservi in teoria qualche defaillance sulla sensibilità, nel senso che anche un tampone da soggetto con virus vivo (e quindi potenzialmente contagiante) potrebbe non svilupparsi in vitro per difetti tecnici nella processazione del materiale. Ma si tratta di errori umani e non del metodo».
Una soluzione che però comporta un ulteriore impegno per il sistema sanitario. L’alternativa è quella di non costringere le persone all’isolamento e accettare il rischio, basso, del contagio: «Si può decidere di accettare il rischio basso, ma non inesistente, di quei pochi soggetti che pur avendo un tampone debolmente positivo sono ancora contagiosi – spiega Milazzo -. Ma questo dipende dalle autorità sanitarie (centrali e locali) in base alla capacità della struttura sanitaria, specie quella sul territorio, di monitorare (e quindi testare, isolare, tracciare ecc.) eventuali prevedibili contagi singoli, al loro primo apparire; solo in questo caso, a mio avviso, si può correre il rischio del 3%, come emerge dalla ricerca del San Matteo».

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Autore

Eleonora

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