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MALATTIE INFIAMMATORIE CRONICHE DELL’INTESTINO

Lunedì, 07 Dicembre 2015

Gli esperti del Gruppo italiano per le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) hanno affrontato diversi temi: dai medicinali di prossimo impiego agli attuali orientamenti in ambito chirurgico, dalle criticità metodologiche dei trials clinici alle difficoltà organizzative dell’offerta assistenziale. Un ritardo diagnostico non diminuito negli ultimi 30 anni, il pesante impatto sulla qualità di vita, l’accesso alle terapie ancora disomogeneo e la conseguente migrazione di pazienti da una Regione all’altra in cerca di cure migliori sono alcune delle problematiche a causa delle quali il costo a malato viene attualmente stimato, seppure indicativamente, in circa 10.000 euro all’anno.


intestino estate


“Oggi, la scelta farmacologica più efficace per la cura delle IBD si basa su due aspetti complementari”, illustra Ambrogio Orlando, Responsabile Ambulatorio MICI, AO Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello di Palermo e Coordinatore nazionale comitato scientifico IG-IBD. “La personalizzazione del trattamento, in base alle caratteristiche del singolo paziente, e l’impiego di farmaci innovativi. Oltre ai medicinali biologici già a nostra disposizione, (infliximab, adalimumab e golimumab), ne sono in arrivo di nuovi. Il primo è vedolizumab, che agisce bloccando il passaggio delle cellule infiammatorie dal sangue alla mucosa intestinale e che dovrebbe essere disponibile entro i primi mesi del 2016. Altra molecola all’orizzonte è tofacitinib, che impedisce il rilascio di una serie di citochine pro infiammatorie e per il quale è in corso uno studio internazionale di fase 3, al quale partecipa anche il nostro centro. Di prossimo impiego, inoltre, mongersen, farmaco con storia tutta italiana dimostratosi molto efficace per il Crohn in fase 2, che ha il vantaggio dell’assunzione orale e agisce per via topica, ripristinando la normale omeostasi infiammatoria a livello intestinale. Importante anche il ruolo dei primi biosimilari che, grazie al costo ridotto, rendono le terapie più sostenibili consentendo di fornirle a un numero maggiore di pazienti”.


“L’innovazione farmacologica degli ultimi anni nell’ambito delle MICI ha sicuramente influenzato il modo in cui oggi si fa chirurgia su queste patologie”, spiega Gilberto Poggioli, Ordinario di Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna e Direttore della Chirurgia del tratto alimentare del Policlinico Sant’Orsola Malpighi. “Non è diminuito il numero di interventi ma è cambiata la loro natura, essendo diventati sempre più conservativi. Occorre tuttavia monitorare nel lungo periodo gli effetti di questo nuovo approccio terapeutico, per verificare cosa succede ai pazienti: mentre in passato avrebbero subito interventi spesso demolitivi, attualmente vengono operati cercando di preservare l’integrità del tratto intestinale, che risulta però esposto a una condizione di infiammazione cronica per più anni. Altro elemento da evidenziare è il fatto che fino a 15 anni fa’ la chirurgia era considerata l’ultimo step del percorso di cura. Oggi, invece, fin dall’inizio, il chirurgo, specializzato per intervenire sulle IBD, e il gastroenterologo si confrontano sulla strategia da mettere in atto e, a seconda dei casi, la chirurgia può integrare precocemente la terapia farmacologica. La comunicazione e la collaborazione fra specialisti eterogenei è ormai un tratto comune ai diversi settori della medicina, nell’ottica di una presa in carico multidisciplinare del paziente”.

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