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Alzheimer

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Alzheimer

Categoria
Neurologia
Creato
Lunedì, 13 Maggio 2013
Amministratori Gruppo
Dario Di Pietro, dalovi, PGuerci, Isabel Zolli
  • Riccardo Antinori Alzheimer
    4 settimane

    Sebastian Brandner, dello University College di Londra ha trovato nuove prove che la patologia da beta amiloide può essere trasmissibile; questo però non vuol dire che lo stesso valga per la malattia di Alzheimer, poiché non hanno trovato quantità significative di proteina tau patologica, l'altra proteina caratteristica della malattia di Alzheimer. Brandner sottolinea che il loro studio è piccolo, e saranno necessarie ulteriori conferme, ma la possibilità di trasmissione della patologia dovrebbe essere una spinta a rivedere le pratiche di sterilizzazione, considerato anche che la neurochirurgia negli anziani, nei quali in genere sono presenti più spesso accumuli di beta amiloide, sta aumentando.

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  • Sperelli - ha aggiornato il gruppo Alzheimer
  • Riccardo Antinori Alzheimer
    10 mesi

    Novità per la cura della malattia di Alzheimer.
    Uno studio del Laboratorio di Neuropsicofisiologia sperimentale della Fondazione Santa Lucia Irccs, realizzato con l'Università di Roma Tor Vergata, l'Istituto superiore di sanità e l'Università di Bologna, che ha provato un'associazione dannosa tra proteina Tau e APoE4, un polimorfismo "cattivo". Nel cervello dei malati di Alzheimer, la proteina Tau viene modificata in modo che, invece di adempiere alle sue funzioni normali, formi filamenti che si accumulano in grovigli, danneggiando le cellule nervose. Un'azione nota da tempo, ma della quale non si conosce il meccanismo di interazione con le proteine ApoE, aspetto su cui si è concentrato il gruppo di lavoro guidato da Giacomo Koch.
    Una scoperta importante che potrebbe consolidare un cambio di strategia nella ricerca contro l'Alzheimer.

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    12 mesi

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    2 anni

  • Riccardo Antinori ha risposto a E' possibile che una pec valutata come normale in una persona di 81 anni 6 mesi fa adesso sia valutata con la presenza di placche che fanno pensare all'alzaimer?
    2 anni

    Salve. ..a mio avviso si tratta di demenza senile associata all'età. cosi le ha risposto la dr.ssa Camodeca sulla sua pagina.

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  • Prof. Dott. Zelano ha risposto a Scelta farmaci per la cura dell'alzheime
    3 anni

    Tra i farmaci attualmente disponibili abbiamo quelli appartenenti alla famigia degli inibitori dell'acetilcolinesterasi che possono migliorare i...

Per "demenza" si intende un declino progressivo delle facoltà mentali che in un più o meno lungo intervallo di tempo causa gravi handicap all'individuo. Circa il 70% delle demenze progressive dell'adulto è causato dalla malattia di Alzheimer. I pazienti con la malattia di Alzheimer giungono negli stadi avanzati della patologia a non poter più svolgere nessuna attività autonoma, vivendo uno stato di assoluta dipendenza dai familiari o dal personale sanitario.
La malattia si manifesta inizialmente con amnesie (perdite di memoria), di cui si rendono conto più i familiari che il paziente stesso. Con il tempo altre funzioni neurologiche progressivamente vengono perse, compare difficoltà nel riconoscimento di oggetti usuali (aprassia) con impossibilità di utilizzo adeguato degli oggetti stessi, alterazione dell'umore, alterazione della capacità di giudizio.

 

 

 

Categoria
Neurologia
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Lunedì, 13 Maggio 2013
Amministratori Gruppo
Dario Di Pietro, dalovi, PGuerci, Isabel Zolli
  • Sperelli
    La teranostica utile per curare l’Alzheimer

    È la teranostica la nuova interessante prospettiva terapeutica per chi è affetto da Alzheimer. La teranostica è una strategia che coniuga diagnosi e terapia, consentendo una cura personalizzata solo in quei pazienti che presentano, in fase di diagnosi, la presenza del target che la terapia può colpire.

     

    È quanto emerge dal Corso nazionale di aggiornamento organizzato a Bergamo dall'Associazione italiana di Medicina nucleare e Imaging molecolare (Aimn), sotto la direzione scientifica di Duccio Volterrani, responsabile dell'Uo di Medicina nucleare dell'Università degli studi di Pisa. «La definizione più stretta di teranostica si basa sul concetto dell'impiego di una stessa molecola con un'etichetta per la diagnostica (individuazione del bersaglio) e un'etichetta per la terapia, con la caratteristica che lo strumento diagnostico è a bassa tossicità e senza rischi mentre quello terapeutico ha la logica di distruggere e di avere un'efficacia terapeutica», spiega Luigi Mansi, vice-presidente Aimn, già direttore della Uoc di Medicina nucleare e docente di Diagnostica per immagini e Radioterapia presso l'Università della Campania "Luigi Vanvitelli". «Non si tratta di una strategia esclusiva della medicina nucleare, potendosi usare con lo stesso principio la Rm o la Tc», precisa Mansi, «però in medicina nucleare la metodica trova la sua applicazione ottimale. Infatti in quest'ambito come etichetta per la diagnosi si usa una molecola radioattiva in minima quantità ponderale, a bassissimo rischio ma utile come tracciante per visualizzare una patologia, secondo la logica dell'imaging molecolare, basata sullo studio delle malattie come alterazione dei processi molecolari che per primi si verificano nelle malattie stesse. Per la terapia si ricorre invece o a un aumento di quantità della molecola radioattiva o a una modifica delle caratteristiche della molecola marcata con un altro radioisotopo "terapeutico") con aumento in entrambi i casi della tossicità».
    La teranostica è una disciplina nata molti decenni fa, anche se non se ne è parlato molto nel corso degli ultimi anni.
    «Il primo modello nasce negli anni '40, con lo iodio radioattivo, primo approccio della medicina nucleare all'utilizzazione nell'uomo di un radioelemento», ricorda lo specialista. «Somministrato in microquantità a livello diagnostico, si può utilizzare lo stesso iodio radioattivo in macroquantità per distruggere il bersaglio».
    Ora si ricomincia a parlare di teranostica perché sono stati introdotti nuovi farmaci e se ne sta allargando il campo d’azione.
    «Le attuali applicazioni cliniche della teranostica nel campo della medicina nucleare sono diverse», afferma Orazio Schillaci, presidente nazionale Aimn, direttore della Uoc di Medicina nucleare del Policlinico Tor Vergata e preside della facoltà di Medicina e Chirurgia della stessa Università. «La più antica è sicuramente l'uso dello iodio 131 (I-131), primo radioisotopo utilizzato clinicamente con un ruolo ancora oggi estremamente importante in quanto il suo impiego permette sia di fare diagnosi di malattie e disfunzioni della tiroide sia di fare terapia, curando gli ipertiroidismi e i tumori differenziati della tiroide».
    Le altre applicazioni oncologiche hanno a che fare con la medicina di precisione. «Tra queste vi è l'uso dello metaiodobenzilguanidina (Mibg), un analogo della noradrenalina per la diagnosi (a basse dosi, marcato con I-123) e la terapia radiometabolica (ad alte dosi, marcato con I-131) del neuroblastoma, tumore pediatrico particolarmente aggressivo. Un'altra applicazione, sempre più importante, riguarda i tumori neuroendocrini, con grande frequenza caratterizzati da un'aumentata espressione dei recettori per la somatostatina. In questo caso si impiega un radiofarmaco analogo della somatostatina che si lega a tali recettori. In particolare per la diagnosi si può usare pentreotide marcata con indio-111 per indagini Spect (tomografia a emissione di fotone singolo) oppure, per una maggiore accuratezza, altre molecole (Dotanoc, Dotatate, Dotatoc) marcate con gallio-68 per studi Pet (tomografia a emissione di positroni)/Tc. Per la terapia si usano i traccianti molecolari usati per la Pet, marcati però con lutezio-177 o ittrio-90. Sviluppata all'inizio degli anni '90 questa tecnica ci permette non solo di identificare tumori che fino ad allora spesso restavano misconosciuti ma di trattarli in modo mirato».
    C’è da ricordare, inoltre, un’altra tecnica molto interessante, quella che impiega il Psma, un antigene prostatico specifico di membrana, per identificare precocemente le recidive di tumore della prostata. «Anche qui possiamo usare il Psma marcato con gallio-68 per la diagnostica con Pet/Tc e sempre il Psma marcato con lutezio-177 per una terapia radionuclidica mirata. È una strategia utile in fase avanzata di malattia e sono sicuro che nei prossimi anni darà importanti risultati in ambito clinico. Vi è poi ancora una serie di anticorpi monoclonali radiomarcati specifici, in sviluppo per il trattamento di alcune forme di cancro».
    La teranostica viene anche impiegata per il trattamento dei tumori epatici attraverso radioembolizzazione con microsfere marcate con ittrio-90, iniettate nell’arteria epatica.
    Ma la teranostica potrebbe presto essere utilizzata anche per l’Alzheimer, come ricorda Mansi: «L’uso della teranostica è una speranza, non ancora un'applicazione clinica, su cui si sta comunque lavorando con prospettive concrete. Al momento non esistono strumenti terapeutici per l'Alzheimer ma l'estremo interesse per la medicina nucleare in funzione prognostica è correlato all'individuazione di bersagli della terapia per cui, quando saranno disponibili efficaci molecole contro questi target, avremo la possibilità di fare un'azione terapeutica in fase precoce oppure di bloccare l'evoluzione della malattia».
    Al momento, si può effettuare una diagnosi precoce dell’Alzheimer attraverso l’impiego di fluorodesossiglucosio marcato con fluoro-18 (F-18) mediante Pet/Tc nelle fasi prodromiche, ricorda Mansi. «All'imaging la ridotta captazione dello zucchero in alcune aree del cervello permette di individuare soggetti in fase iniziale di malattia».
    In ambito teranostico, le speranze sono legate a traccianti radioattivi della proteina beta-amiloide e della proteina tau, che nel cervello delle persone affette da Alzheimer sono iperespresse.
    «Sono già applicate clinicamente molecole marcate con F-18 (come florbetapir, florbetaben, flumetamol) in grado di evidenziare nell'uomo se c'è una quantità di amiloide che potrebbe portare all'Alzheimer», afferma Mansi. «Facendo una Pet per amiloide, se non si nota concentrazione di questi radiotraccianti nel cervello si può dire con buona approssimazione che il paziente non è affetto da Alzheimer. La prospettiva, molto interessante è che se vengono confermati gli studi per cui l'amiloide è la causa o una delle cause principali e verranno prodotti anticorpi che permettono la riduzione di questa sostanza, allora avremo uno strumento teranostico importante che permetterebbe di fare terapia soltanto nei pazienti in cui si è dimostrata in fase diagnostica la presenza di questo bersaglio. Vari trial clinici sono in corso proprio con questo obiettivo, anche prendendo in considerazione la proteina tau, che ha un significato diverso e complementare rispetto all'amiloide».
    Si tratta di un indice dell’evoluzione della malattia migliore. Il suo aumento a livello cerebrale individua quali tra i pazienti con una compromissione cognitiva lieve (Mci) progrediranno verso l'Alzheimer, mentre la proteina tau sembra offrire una maggiore evidenza di evoluzione della malattia. «Quando saranno disponibili farmaci mirati verso la tau potremmo quindi bloccare o rallentare la progressione della patologia».
    «Infine», conclude Mansi «strategie terapeutiche interessanti potrebbero giungere da traccianti della neuroinfiammazione, ritenuta in base a crescenti evidenze una delle problematiche fondamentali nelle demenze e in tutte le malattie neurodegenerative. Abbiamo già lo strumento per riconoscerla in fase precoce e acuta e l'obiettivo è avere un radiofarmaco in grado di bloccare il processo, evitando un'azione cellulare irreversibile (piroptosi) e la contestuale progressione della malattia, e di ripristinare la normalità».

    Venerdì, 14 Settembre 2018 da Sperelli
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    Alzheimer più probabile se fumi
    Giovedì, 06 Settembre 2018 da Sperelli
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    Un farmaco per l’Alzheimer
    Mercoledì, 08 Agosto 2018 da Sperelli
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    Un villaggio dell’Alzheimer
    Giovedì, 07 Giugno 2018 da Sperelli
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  • Elisa
    E' possibile che una pec valutata come normale in una persona di 81 anni 6 mesi fa adesso sia valutata con la presenza di placche che fanno pensare all'alzaimer?
    Iniziata da Elisa Mercoledì, 14 Dicembre 2016 1 Risposta

    Salve. ..a mio avviso si tratta di demenza senile associata all'età. cosi le ha risposto la dr.ssa Camodeca sulla sua pagina.

    Ultima risposta di Riccardo Antinori il Giovedì, 15 Dicembre 2016
  • iaia
    Scelta farmaci per la cura dell'alzheime
    Iniziata da iaia Lunedì, 25 Gennaio 2016 1 Risposta

    Tra i farmaci attualmente disponibili abbiamo quelli appartenenti alla famigia degli inibitori dell'acetilcolinesterasi che possono migliorare i sintomi della malattia e rallentarne temporaneamente la progressione, anche se c’è una notevole differenza tra paziente e paziente nel grado di risposta. Tra gli inibitori dell'acetilcolinesterasi ,che vengono attualmente prescritti gratuitamente da centri specializzati ai pazienti con malattia di Alzheimer di gravità lieve-moderata, sono il donepezil (Aricept o Memac), la rivastigmina (Exelon o Prometax) e la galantamina (Reminyl). L'efficacia di questi farmaci è simile, quello che cambia è la modalità di somministrazione (il donepezil va assunto in un'unica dose una volta al giorno, rivastigmina e galantamina più volte al giorno e a dosi crescenti) e il profilo degli effetti collaterali, quali nausea, vomito, diarrea (alcuni di questi farmaci vengono tollerati meglio degli altri, ma dipende sempre da paziente a paziente). Questo è il motivo per cui la dottoressa le ha detto di stare molto molto attenta agli effetti collaterali e di chiamarla subito in caso di problemi. Non c’è da insospettirsi ma solo da chiamarla e farle presente quanto ha osservato. La memantina (Ebixa) è generalmente utilizzata nelle forme medio-gravi e il fatto che contrasti l'accumulo di calcio all'interno del neurone non ha nulla a che vedere con le calcificazioni cerebrali (sono due fenomeni diversi). Per quanto riguarda il Neurassial è un integratore non un farmaco quindi non è stato sottoposto ad un’analisi così accurata sulla reale efficacia.

    Ultima risposta di Prof. Dott. Zelano il Mercoledì, 27 Gennaio 2016
  • zerocom
    Cure contro l'Alzheimer
    Iniziata da zerocom Mercoledì, 02 Settembre 2015 4 risposte

    Grazie mille dott.sa farò venire mia madre a Brescia accompagnata da mio fratello.

    Ultima risposta di zerocom il Giovedì, 03 Settembre 2015
  • Massisalve
  • sara70
    demenza senile
    Iniziata da sara70 Giovedì, 11 Luglio 2013 1 Risposta

    Ci sono molti articoli sul nostro sito:
    Un farmaco per l'Alzheimer avanzato
    Allo studio un medicinale che ripristina le connessioni nervose
    Morbo di Alzheimer_7755.jpg
    Un nuovo farmaco ancora in fase di sperimentazione ha mostrato un'ottima efficacia nel contrasto del morbo di Alzheimer. Si tratta di un medicinale che punta a ripristinare le connessioni nervose danneggiate dalla patologia, e la sua efficacia è già stata testata su modello animale. Il farmaco si chiama NitroMemantine e combina due molecole già approvate dalla Fda americana.
    Lo studio è a firma di ricercatori dell'Istituto di ricerca Sanford-Burnham ed è stato pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).
    www.italiasalute.it/7755/pag2/…

    La marijuana contro l'Alzheimer
    Il THC ne rallenta la progressione

    Possibile prima arma vincente contro l’Alzheimer
    Una molecola alla base della formazione delle placche
    L’origine delle formazioni tossiche nel cervello che causano la malattia di Alzheimer è stata individuata per la prima volta da un gruppo di ricerca italiano, che ha pubblicato su Nature Communications l’importante scoperta.
    www.italiasalute.it/…

    Un farmaco per l'Alzheimer avanzato
    Allo studio un medicinale che ripristina le connessioni nervose
    www.italiasalute.it/7755/…

    e tanti altri...

    Ultima risposta di Riccardo Antinori il Venerdì, 03 Ottobre 2014
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