I segnali per riconoscere un adulto violento

Lunedì, 16 Gennaio 2023

“Non avere pazienza, essere infastiditi dalla presenza del bambino, non occuparsi di lui rispettando i suoi bisogni. E ancora non partecipare alle attività che sono tipiche dei bambini, come ad esempio giocare o portarli al parco. Oppure dargli alimenti non adeguati o obbligarli a dormire il pomeriggio chiudendoli a chiave in una stanza. Minacciarli verbalmente perché non si vuole essere disturbati. Sono tutti segnali di allarme che vanno attenzionati nelle persone che si prendono cura dei bambini”. A sottolinearlo è Adelia Lucattini, psicanalista dell’età evolutiva, commentando quanto successo pochi giorni fa a Ventimiglia, dove un bambino di 6 anni è finito in ospedale con un braccio e otto vertebre fratturate, lesioni alla milza e un polmone collassato. Un episodio su cui sono in corso le verifiche degli inquirenti e che per il momento vede indagati per lesioni gravissime il compagno della nonna del piccolo e per favoreggiamento la nonna stessa.

 

“I campanelli di allarme possono essere riscontrati sia nelle persone che si prendono cura dei bambini – continua Lucattini – sia nei bambini stessi che possono manifestare il proprio disagio in modo sorprendente: paura di andare a scuola, disturbi del sonno, rifiuto del cibo. Bisogna sempre dunque chiedersi da dove provenga il disagio. Spesso, però, le persone non se lo chiedono – continua la psicanalista – perché i genitori si sentono sempre responsabili e in colpa di quello che accade ai figli invece, a volte, il problema può essere nell’aver delegato l’accudimento dei propri figli alle persone sbagliate”.
“A volte i bambini continuano ad andare da queste persone perché gli vogliono bene o hanno paura che i genitori si arrabbino con loro – sottolinea l’esperta -, hanno paura di non essere dei bravi bambini e quindi tendono a non raccontare quello che gli succede, a meno che non glielo si chieda. Parlare con i bambini, però, non vuol dire fargli domande dirette, perché si rischia di non avere risposte, ma parlare attraverso la narrazione, magari si può cominciare da un racconto in cui poi i bambini intervengono”.
“Credo che quando si affidano i propri figli a degli estranei – sottolinea l’esperta – anche se si tratta di congiunti dei propri familiari, bisogna avere un’idea precisa di chi siano queste persone. Si può anche avere fiducia nel proprio padre e nella propria madre, ma i nuovi compagni chi sono? Nella mia esperienza di analista – dice Lucattini – ho visto adolescenti che sono andati in analisi per maltrattamenti subiti dal coniuge del padre o della madre all’insaputa dell’altro genitore. Non abusi sessuali ma maltrattamenti come l’essere messi da parte, ingiurie, minacce verbali. Sono situazioni più frequenti di quello che si creda perché spesso i bambini sono visti come un intralcio. Ci sono alcuni nuovi partner che vogliono un rapporto esclusivo e quindi hanno una rabbia inusitata nei confronti di questi piccoli, figli o nipoti, che vedono come veri e propri intrusi. Sono persone che hanno delle nevrosi che vanno tenute a bada e scoperte, e il modo migliore per farlo è proprio quello di mettere i bambini nelle condizioni di parlare”.
Ma la psicoanalista ricorda che anche “i legami di sangue non sono una garanzia ed essere nonni dovrebbe essere una scelta, perché implica responsabilità e competenza. Essere nonni – prosegue Lucattini – è una funzione mentale, affettiva, bisogna essere capaci di fornire al bambino le cure di cui ha bisogno. Dunque bisogna sempre fare attenzione alle persone a cui si affidano i propri figli”.
Lucattini spiega poi che negli atteggiamenti violenti nei confronti dei bambini può esserci “una motivazione psicologica ben precisa, i bambini sono richiedenti e questo mette a nudo l’impotenza dell’adulto che si prende cura di loro. Il sentirsi impotente di fronte a queste richieste continue può dare una sensazione di disperazione esplosiva che si traduce in angoscia e violenza, è una dinamica molto pericolosa perché può presentarsi non solo quando il bambino piange ma anche quando chiede di giocare o partecipare a qualche attività che sta svolgendo l’adulto”.
“L’adulto che ha una reazione violenta è comunque una persona problematica che ha alle spalle una determinata storia – evidenzia l’esperta -, la fragilità e il bisogno dell’altro gli rispecchiano la propria fragilità e il proprio bisogno e per questo tali persone si scagliano con violenza contro il bambino, perché vogliono cacciare la fragilità o il bisogno da sé stessi, in quel momento queste persone perdono completamente lucidità”. Lucattini spiega poi come “casi di violenza sui bambini spesso sono preceduti da violenza sugli animali domestici. È una cosa a cui badare ma a cui si pensa poco”.
Ma è possibile non accorgersi che si sta affidando il proprio figlio a persone che possono avere reazioni così violente? “In riferimento al caso di Ventimiglia, a quanto si legge sui giornali, sembra essere possibile – spiega Lucattini – perché a detta dei genitori il bambino prima dell’episodio non aveva mai mostrato nessun tipo di reazione negativa allo stare con nonna e con il compagno e dunque i genitori non avevano motivo di pensare che potesse accadere una cosa del genere. L’altra ipotesi è che l’episodio possa esser stato preceduto da aggressioni verbali che magari il bambino non ha riferito perché voleva bene alla nonna”, conclude l’esperta.

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Autore

Sperelli

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